La dieta alcalina (PH)

La dieta PH semplicemente mangiando più cibi e acqua alcalini, fa perdere grasso, stimola l’ormone della crescita, aumenta i muscoli, toglie la cellulite, previene diabete/malattie cardiovascolari e rallenta l’invecchiamento.

Un completo dossier sull’equilibrio acido-base, completamente trascurato dalla medicina ufficiale, che stravolgerà per sempre la vostra vita, allenamento ed alimentazione.

Come abbiamo visto, l’ idea centrale di questo testo e quindi anche la sezione sulla nutrizione è quella derivata dallo studio della preistoria dell’ uomo, in questo caso della sua alimentazione arcaica, cioè principalmente quella che i nostri progenitori hanno attuato soprattutto da 2,4 milioni di anni a circa 10.000 anni fa, prima dell’ introduzione dell’ agricoltura.

In pratica sono convinto che il nostro corpo sia settato geneticamente sulle abitudini alimentari di caccia-raccolta seguite per milioni di anni, che poche decine di secoli di agricoltura a cereali non hanno potuto cambiare, anzi.

Ma con questo paragrafo aggiungo un nuovo tassello a questo mosaico che ritengo fondamentale nel rapporto cibo/preistoria, e cioè l’ equilibrio acido/base che il nostro corpo deve avere per essere al massimo dell’ efficienza. Una prospettiva sempre colpevolmente trascurata dalla nutrizione ufficiale, che invece potrebbe essere il vero anello mancante al raggiungimento della salute ottimale, della lotta all’ invecchiamento e al raggiungimento della perfetta performance sportiva/forma fisica.

Non voglio tediarvi con complicate spiegazioni chimiche e infatti non lo farò, ma sappiate che, per esempio, il nostro sangue deve avere un valore, chiamato PH, che è compreso tra i 7,3 e 7,45. Il PH è un valore che riflette il grado di acidità (o di basicità) di una soluzione. Le sostanze sono definite acidi quando in soluzione tendono a liberare ioni idrogeno (H+, cioè dei protoni, particelle dotate di carica elettrica positiva), mentre vengono dette basi (o alcali) le sostanze che assumono gli ioni H+ per formare il gruppo ossidrile OH+, che è un anione, cioè una molecola che ha acquistato una carica negativa.

La scala del PH varia da 0 a 14, con 7 che rappresenta una soluzione neutra, mentre via via che si và al di sotto del 7 la soluzione è sempre più acida, mentre al di sopra è via via più alcalina (vedi Tabella 1).

L’ organismo ha una ben precisa necessità di mantenere il PH entro limiti molto stretti perché i metabolismi sono regolati da enzimi che a loro volta sono dipendenti dal PH. In pratica quando ingeriamo dei cibi o dei liquidi, a seconda se siano acidi o alcalini, il nostro organismo reagisce a livello chimico per ristabilire l’ equilibrio del PH non solo per il sangue, ma anche in altri organi, sia pure con valori diversi.

Ma è qui che nasce il problema, perché questi valori sono stati settati durante i milioni di anni di evoluzione in cui i nostri progenitori ha consumato buone quantità frutta e verdura fresca, che essendo alcalini, riuscivano ampiamente a compensare la componente acida che era data dalla carne e dal pesce. Attualmente invece da cosa è composta la nostra dieta occidentale?

Pane, pasta, riso, formaggio, legumi e sale, tutti acidi che si aggiungono a carne e pesce sempre e solo acidi! Per esempio se mangiamo fuori casa un panino con prosciutto/formaggio/insalata, accompagnato da un lattina di coca-cola (che può essere un tipico pranzo di un lavoratore occidentale fuori casa), praticamente è un disastro di equilibrio acido-base. Il pane, il prosciutto, il formaggio sono acidi, il sale che contengono acidifica ancora di più, la coca-cola è acidissima e la misera foglia di insalata alcalina viene annientata per KO alla prima ripresa.

In pratica, nella classica dieta occidentale il 95% del cibo che ingeriamo è acido e, secondo uno studio dell’ Università della California (Eur J Nutr. 2001 Oct;40(5):200-13), questa situazione alla lunga può creare la cosidetta acidosi metabolica cronica, che è riconosciuta clinicamente, con effetti deleteri sul corpo, compresi ritardi nello sviluppo dei bambini, perdita di massa muscolare e osteoporosi negli adulti, formazione di calcoli renali e tantissimi altri problemi, probabilmente che nemmeno immaginate lontanamente.

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Un articolo del 2007 di Charles Poliquin (preparatore atletico di atleti olimpionici) poneva l’ accento sulla cosidetta ipocloridria, cioè la carenza dell’ acido cloridico nello stomaco, che non permette la corretta utilizzazione dei nutrienti e quindi anche della crescita muscolare. Il canadese scriveva che negli Stati Uniti il 40-50% soffriva di carenza di acido cloridico e di non aver visto un solo uomo sopra il 40 anni con livelli normali di questa sostanza.

Alla luce dell’ equilibrio acido-base questa incredibile situazione è spiegabile con il fatto che il nostro corpo contrasta l’ eccesso acido con delle sostanze alcaline dette bicarbonati. Il problema è che noi nasciamo con un alto tasso di elementi alcalini nel corpo ma proprio a partire dei 40-45 anni i bicarbonati cominciano nel sangue cominciamo a declinare, fino ad arrivare a una perdita del 18% intorno ai 90 anni.

Il Ph dello stomaco si deve mantenere attorno a 4 e quando il valore è più alto, per compensare l’ organismo normalmente immette i bicarbonati, ma se questi sono più bassi a causa dell’ età, l’ alcalinizzazione sarà compromessa e con essa la produzione di acido cloridico.

Quindi se ci alimentiamo con troppi cibi acidi per tutta la vita, cioè con un carico acido sovrafisiologico rispetto alla nostra storia evolutiva, questo può portare alla perdita di massa muscolare/ossea ed un’ abbassamento della secrezione di ormone della crescita. In pratica la stragrande maggiornanza gli esseri umani starebbero soffrendo dalle conseguenze di una cronica acidosi metabolica indotta dalla dieta.

Il gruppo di lavoro della dottoressa Lynda Frassetto (Prof.ssa associata di clinica medica, divisione di nefrologia, Università della Californa, S. Francisco, USA) ha dimostrato che le diete acide contemporanee effettivamente producono un’ acidosi metabolica sistematica di basso grado nei soggetti adulti in buona salute e che il grado dell’acidosi aumenta con l’età, rispetto al normale declino che si ha con l’ avanzare degli anni.

Il problema delle scorie acide

Ma non è finita qui, perché quando il nostro organismo non riesce a smaltire gli acidi, li deposita dappertutto in molte forme come acne e cellulite per esempio. Per provare questa teoria ho fatto fare un piccolo esperimento ad un mio collaboratore, che ha una forma importante e abbastanza diffusa di acne sulla schiena. Gli ho fare un bagno caldo basico, cioè facendogli aggiungere 100 grammi di bicarbonato di sodio nella vasca piena, a circa 36-37° gradi, che ha permesso di raggiungere un PH di circa 8,5 (simile a quello dell’ acqua di mare).

Se veramente il suo acne era soltanto un deposito di acido, l’acqua alcalina calda doveva forzatamente sciogliere l’ accumulo e eliminare così il problema. Mi ha riferito che si è immerso nell’ acqua e che dopo un quarto d’ora è dovuto uscire perché si sentiva debolissimo, ma sulla schiena l’ acne era quasi totalmente scomparso! Quello che non sono riusciti a fare anni di costose creme antiacne, è stato risolto in 15 minuti con una spesa di circa 10 centesimi di euro.

Il suo malessere era dovuto al fatto che l’ acqua calda alcalina aveva sciolto gli acidi nell’ organismo, che si sono poi riversati nel sangue. Non a caso molte acque e i fanghi termali sono alcalini.

Latte e derivati per le ossa… o no?

Quello che è incredibile è che se l’ importanza dell’ equilibrio acido-base fosse confermata su queste basi, per esempio l’ osteoporosi non sarebbe causata dal ridotto apporto di latte e derivati, ma essendo cibi acidi, sarebbe addirittura una concausa stessa della demineralizzazione ossea. Questo perché, sempre secondo l’ Università della California, non è affatto la carenza di calcio che indebolisce il tessuto osseo dei vecchi e delle donne in post menopausa, ma invece è sempre l’ alimentazione oggi più praticata: quella appunto ricca di pane, di cereali, di proteine, latte e derivati e povera di frutta e verdura.

È una dieta talmente acidificante che corrode, in senso stretto della parola, i tessuti, soprattutto muscoli e ossa. Questa teoria nacque negli anni venti quando ci si accorse che i pazienti che i pazienti con insufficienza renale tendevamo facilmente a perdere densità ossea. Tuttavia quando i medici prescrivevano loro alte dosi di bicarbonato, per cercare di alleviare il dolore e l’acidità di stomaco derivanti dall’ insufficienza renale, le loro ossa gradualmente tendevano a ricostruirsi.

Solo molto dopo, nel 1968, uno studio dell’università di Harvard confermò che effettivamente che l’ alimentazione moderna produceva troppi acidi che compromettevano la salute delle ossa.

Ma quali sono i meccanismi intimi perché accade tutto questo e come dobbiamo comportarci? Come ho scritto all’ inizio, il nostro corpo deve forzatamente mantenere il proprio pH sul valore di 7,3-7.45, cioè a dire neutro, con leggera prevalenza basica. Ora, i reni scaricano sì nelle urine l’acido in eccesso, ma quando (soprattutto a causa dell’alimentazione) il valore si abbassa al di sotto di 7,38 l’organismo è costretto a rispondere in maniera più radicale e sottrae bicarbonato di calcio, fosfati e ammoniaca alle ossa, per neutralizzare gli acidi e tornare in equilibrio.

In sostanza, le diete che producono acidi in eccesso possono provocare ogni giorno il “prelievo” di 60 milligrammi di bicarbonato di calcio dallo scheletro. Che significa perdere, in una decina d’anni, il 15 per cento della propria massa ossea, provocando così, l’osteoporosi. La cosa incredibile è che i prodotti in assoluto più pericolosi, da questo punto di vista, sarebbero proprio i formaggi più gustosi e rinomati come il parmigiano reggiano e i grana in generale.

Secondo l’ Istituto di Ricerca sulla Nutrizione Infantile di Dortmund, questo accade perché si tratta di latticini per la cui produzione vengono proprio sottratti quei liquidi che contengono le sostanze basiche che, in teoria almeno, contrastano ed equilibrano quelle acide.

Acidosi e perdita di massa muscolare

Ma l’alimentazione troppo acida può compromettere anche i nostri amati muscoli, costruiti magari con anni di sacrifici e privazioni. Questo perché l’ acidosi accelera la perdita della glutammina, che può inficiare le prestazioni in allenamento con un’ ampia varietà di meccanismi. Più acido è espulso con l’urine e più la massa muscolare perde glutammina. Alla lunga questo processo depaupera il vostro patrimonio di massa muscolare e può compromettere le performance sportive.

Non a caso una delle conseguenze più gravi dell’ invecchiamento è la sarcopenia, che è un termine coniato nel 1988 da Irwin Rosenberg dell’ Università di Boston per definire la perdita di massa e funzione muscolare con l’età. Il muscolo è uno dei più importanti consumatori d’energia dell’organismo, perché rappresenta il 40% circa del peso corporeo ma anche per la capacità di incremento del metabolismo.

Però a partire da un’età intorno ai 40/45 anni e con un incremento via via più alto, perde la capacità di produrre e consumare energia agli stessi livelli di prima; questa situazione è, sicuramente, il più importante fattore di accumulo di grasso corporeo in eccesso. Senza contare gli effetti negativi anche sulla mobilità e nella funzione respiratoria; in pratica sulle capacità del soggetto anziano di gestire una vita indipendente. Questo perché che ognuno di noi è destinato a perdere circa il 40% della sua massa muscolare (la diminuzione è più evidente nei maschi che nelle femmine) con il passaggio dell’età da 20 a 80 anni.

Per esempio, tutto questo porta a far si che il 40% delle donne tra i 55-64, il 45% tra i 65-74 e il 65% tra i 75-84 anni non è più in grado di sollevare un peso di 4.5 kg. Per evitare tutto questo sfacelo, occorre alimentarsi con un maggior equilibrio acido-base e assumere magari degli integratori di glutammina, in modo da incrementare l’ormone della crescita e limitare quindi questa “aminorragia” che porta al decadimento fisico, come del resto è stato sperimentato in malati cronici e esperimenti animali.

Inoltre, come l’ alanina, la glutammina può essere convertita in glucosio nel fegato e può fornire una fonte supplementare di carboidrati durante un allenamento strenuo. Quindi livelli bassi di glutammina nel sangue sono un sintomo di overtraining ed aumentano la probabilità di infezioni e di malattie respiratorie. La maggior parte degli atleti di mezzofondo e fondo (800-1500-5000-10.000 m) consuma soprattutto cibi come pasta, pane e riso (“perché sono la benzina dei muscoli” loro dicono e infatti hanno ragione: li brucia!), tutti cibi acidi, che compromettono seriamente le loro riserve della glutammina.

Del resto i maratoneti obiettivamente non sembrano esattamente l’emblema della salute, letteralmente corrosi dagli acidi, magrissimi e emaciati, senza l’ ombra di muscoli tonici.

Alimentazione moderna, iperproteica e bodybuilder

Ma l’osteoporosi/perdita di massa magra possono essere causati anche dal consumo troppo elevato di carne, un attività che riguarda moltissimo il mondo del body building agonistico e non. La carne, come del resto anche il formaggio e i cereali, è un cibo ricco di fosforo, che il corpo trasforma in acido fosforico. Negli ultimi quarant’anni l’assunzione di proteine produttrici di acido è aumentata del 50 per cento nella popolazione normale, e molto di più nei bodybuilder.

Ma prima che venga un ictus pensando a quanto manzo/pollo/tacchino avete mangiato, cercate di tranquilizzarvi subito. Infatti il problema non risiede nella carne in se, visto che anche nostri antenati ne mangiavano una enorme quantità, ma ovviamente veniva controbilanciata con quantità altrettanto grandi di frutta e verdura, cosa che invece ai nostri giorni nei paesi industrializzati generalmente tendiamo a non fare.

I bodybuilder per esempio utilizzano per lo più il riso, oppure (specialmente negli USA, anche se si sta diffondendo anche da noi) avena, che sono dei cereali e quindi sempre acidi. Per esempio l’ acidosi che deriva da 100 grammi di manzo potrà essere compensata da 125 grammi di cavolo o rapa, 800 grammi di piselli freschi e 200 grammi cavolfiore; quantità molto alte, lontane dal 90% della dieta media occidentale, ma che nella preistoria erano comuni, visto che esistevano solo quei cibi, c’era poco da scegliere.

Il fattore dimenticato: il PH dell’acqua preistorica

La domanda nasce spontanea e cioè se anche i liquidi troppo acidi possono dare problemi. Se andiamo a scavare nella nostra storia evolutiva scopriamo che gran parte dell’ evoluzione umana si è svolta attorno ai laghi della Rift Valley, specialmente in uno in particolare: il Turkana.

Attorno a queste acque, sono stati ritrovati i fossili di ben 6 tipi dei nostri antenati, tra cui l’ Homo Ergaster che sarebbe poi diventato Homo Sapiens, l’attuale e unica specie umana. Ebbene, il Turkana è il lago alcalino più grande del mondo, a causa di un PH di circa 9,5-9,7, in cui ci siamo abbeverati (era ed è tuttora potabile, anche se l’ acqua basica non è buonissima) per milioni di anni. Un tempo immemorabile che ha scolpito nei nostri geni e quindi nella chimica del nostro organismo, la richiesta del nostro corpo di soli liquidi basici per ottimizzare tutte le funzioni corporee.

Tra l’altro anche altri laghi della Rift Valley sono alcalini, come il Malawi (PH 8,2-8,9) e il Tanganika (PH 8,0-9,0) quindi non c’è possibilità di errore, anche perché il PH più alto proprio in superficie (dove ovviamente ci si abbevera), perchè l’anidride carbonica presente tende ad essere eliminata dal rimescolamento delle acque. Anche ai nostri giorni, la tribù degli Hadzabe in Tanzania, una delle ultime popolazioni di cacciatori-raccoglitori rimaste nella Rift Valley (e anche nel mondo), si dissetano nel lago Eyasi, fortemente alcalino (9,4).

Niente vino o birra, acidi (vedere tabella 2) perchè molti nostri progenitori pre-agricoltura erano nomadi, quindi raramente si accampavano in un singolo posto abbastanza a lungo da permettere la fermentazione dei frutti o altre parti di piante ricche di carboidrati in etanolo o acido acetico (aceto), senza contare che ovviamente non distillavano bevande altamente alcoliche.

Solo 10.000 anni fa, (ma in certe zone dell’ Europa meno di 6000 e in certe zone del mondo mai) l’ agricoltura ha favorito la stanzialità e quindi dell’ uso di bevande alcoliche. Un lasso relativamente breve per incidere sul nostro DNA, che infatti in genere il nostro organismo reagisce molto male all’ assunzione (a volte anche moderata) di alcool.

Ne è prova schiacciante il fatto che, per esempio, in Europa, circa un giovane su quattro, di età compresa tra 15 e 29 anni, muore a causa dell’alcool, che rappresenta il primo fattore di rischio di invalidità, mortalità prematura e malattia cronica tra i giovani. In Italia ogni anno un numero di persone compreso fra 17.000 e 42.000 muore per cause alcolcorrelate. In particolare sono legate all’alcol il 30-50% delle morti per incidente stradale.

Nell’ambito della fascia di età tra i 15 e i 24 anni, l’incidente stradale ha rappresentato la causa del 46,2% del totale dei decessi rilevati nel 2002, con un dato in aumento rispetto al 44,1% rilevato nel 2000. Inoltre, per i decessi da cirrosi epatica, il 47,7 % per i maschi e il 40,7 % per le donne sono attribuibili all’ alcool. La Coca-cola, anch’ essa acida, fu formulata solo nel 1886 a Atlanta, negli Stati Uniti (nella prima versione conteneva anche la cocaina, da qui il nome) e ancora più recenti sono tutti gli altre bevande come la Fanta, Sprite, ecc : tutte molto acide (Tabella 2).

Quasi tutte le bevande alcoliche e non, sono fortemente acide, se quindi si utilizzano abituamente o addirittura se ne abusa come putroppo molte volte succede, sommano la loro altissima acidità a quelle del cibo, peggiorando ulteriormente la nostra situazione di equilibrio acido-base.

Pongo l’ accento specialmente sulla coca-light che è usata a ettolitri dai bodybuilder agonisti di tutto il mondo per le sue capacità diuretiche con carico calorico irrisorio. Se per esempio immergiamo un dente nella Coca-cola, si vedrà dal vivo quello che abitualmente fanno le sostanze acide di nascosto all’ interno del nostro organismo; piano piano osserveremmo l’ estrazione di fosfato e bicarbonato di calcio con la conseguente completa disgregazione del dente. Il collegamento tra coca-cola e osteoporosi veramente era già già stato notato ma alcuni studi lo avevano smentito.

In realtà era sbagliata la prospettiva, in quanto tra la comunità scientifica si pensa che il problema sia solo il fosforo contenuto in queste bevande, ma in realtà è l’ acidificazione continua che da il consumo giornaliero di cola cola/pepsi cola/fanta e altre bibite gassate, che assieme agli altri cibi acidi possono portare oltre a l’ osteoporosi, anche a problemi cardiovascolari e diabete.

Lo so, potrebbero sembrare affermazioni un po’ forti, da chi odia le multinazionali del soft-drink, ma posso dirvi che innanzitutto il sottoscritto in certi periodi sì è scolato anche due litri al giorno di coca-light (quindi niente paraocchi) e che invece tutto questo proprio recentemente tutto questo è stato certificato da uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista americana “Circulation”.

Nel luglio del 2007 il Dott. Ravi Dhingra e colleghi del Medical Center di Boston hanno pubblicato le conclusioni di una ricerca durata quattro anni su un campione di 9000 persone di mezza età, che hanno sottoposto a osservazione e a esami clinici per tre volte: all’inizio, a metà e alla fine dello studio. I dati che hanno raccolto sono oltremodo significativi. In una “istantanea” scattata proprio all’inizio del periodo di studio, è risultato che le persone abituate a consumare una o più bibite soft al giorno presentavano una prevalenza della sindrome metabolica del 48% superiore a quella dei loro coetanei che ne bevevano meno di una.

La sindrome metabolica, lo ricordo, è una pericoloso associazione di pressione alta, obesità, livelli elevati di trigliceridi/colesterolo e di glucosio a digiuno, elementi precursori di futuri problemi cardiovascolari e di diabete. In particolare, viene definita “a rischio” sindrome metabolica la condizione di pazienti che presentino associati tre o più dei seguenti sintomi:

  • Indice di massa corporea (rapporto esistente tra altezza e peso) superiore a 30;

  • Girovita superiore a 102 cm per gli uomini e a 88 cm per le donne;

  • Ipertensione arteriosa superiore a 130 (massima) e 90 (minima);

  • Glicemia a digiuno superiore a 110 mg/dl;

  • Colesterolemia superiore a 200 mg/dl;

  • Trigliceridi superiori a 150 mg/dl.

Nell’osservazione di lungo periodo è inoltre risultato che, tra le persone che non presentavano la sindrome metabolica all’inizio dello studio, quelle che consumavano una o più bibite soft al giorno avevano un rischio di svilupparla nei quattro anni successivi del 44% più alto di quello del gruppo che potremmo definire dei “non bevitori” o dei “bevitori non abituali”.

I ricercatori americano non hanno pubblicato anche le loro opinioni del perché, ma la cosa non è particolarmente sorprendente dal punto di vista dell’ equilibrio acido-base in quanto, per esempio, la Coca-Cola contiene acido fosforico in una concentrazione di 325 mg/litro, che le conferisce un valore di pH di circa 2,5 che è compreso tra quello dell’ acido gastrico (pH = 1,5) e quello dell’ aceto (pH = 3,0).

Va bene, ma non eramo rimasti all’ osteoporosi, ma cosa centrano i problemi cardiovascolari e il diabete con il PH? Andiamo per ordine, non ci sono certezze assolute in questo campo, ma andiamo ad analizzare le ipotesi su cui si fondano gli studiosi dell’ equilibrio acido-base in rapporto alla singole problematiche della sindrome metabolica.

Ipertensione (detto “il killer silenzioso” per la capacità di portare ad problemi cardio-vascolari senza avere dei sintomi particolari).

Il sangue che ha un PH più alto contiene molto ossigeno e inoltre è meno viscoso (permette cioè di scorrere con minore resistenza sulle pareti vascolari) e quindi il cuore non si deve sforzare nel suo lavoro, senza pompare eccessivamente.

E’ anche possibile che gli ioni di calcio presenti nell’ acqua alcalina rimuovano le placche e il colesterolo accumulati sulle pareti arteriose, rendendo così più facile il flusso sanguigno.

Il diabete

Il nostro organismo per poter svolgere le sue normali funzioni, dalla sopravvivenza di tutte le sue cellule, all’attività fisica, necessita di energia, che viene fornita dalla combustione di uno specifico carburante che è il glucosio.

Il glucosio per poter essere utilizzato ha bisogno dell’insulina che, come una chiave, apre la porta delle cellule, consentendo al glucosio di entrarvi. Se noi ingeriamo glucosio in eccesso ai bisogni, allora questo viene depositato nel fegato come glicogeno e nelle cellule adipose sotto forma di trigliceridi: queste costituiscono le riserve di carburante cui attingere in caso di digiuno.

Compito del pancreas, tramite l’ azione dell’insulina, è quello di regolare il livello di glucosio nel sangue. Il pancreas delle persone non diabetiche infatti produce insulina giorno e notte (in maggiore quantità però subito dopo i pasti), per mantenere i valori della glicemia a livelli quasi costanti. Avere il diabete significa che non viene prodotta una quantità sufficiente di insulina a soddisfare le necessità dell’organismo, oppure che l’insulina prodotta non agisce in maniera soddisfacente. Il risultato in ogni caso è il conseguente incremento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).

Dal punto dell’ acido-base, questa regolazione sbagliata dei livelli insulina è dovuta proprio ad una carenza di ioni calcio, alcalinizzanti, che conduce progressivamente ad una corrosione acida delle isole di Langehans, il gruppo di cellule deputate alla proprio alla produzione di insulina. Non solo, l’ eccessiva acidità del sangue permette il deposito di scorie all’ interno dei vasi sanguigni, impedendo un corretto lavoro del pancreas.

Questo ovviamente vale per chi ha diabete di tipo II, quello che sopravviene dopo i 40 anni, in quanto in quello tipo I il pancreas è danneggiato già dall’ infanzia. Il diabete di tipo II si può provare a migliorarlo alimentandosi con cibi più alcalini, come vedremo poi in dettaglio nella seconda parte di questo articolo.

Il colesterolo alto

L’eccesso di acidità nel nostro organismo spiegherebbe anche quello che è considerato uno dei più grandi problemi della civiltà occidentale: l’ eccesso del livello di colesterolo nel sangue. Come abbiamo visto il sangue acido tende a legare a se il calcio dello scheletro per neutralizzare il PH troppo basso, ma il minerale dalle ossa può essere prelevato solo molto lentamente, soprattutto in certi casi acidità acuta che potrebbero essere fatali.

Quindi c’è bisogno di depositi di calcio più vicini e soprattutto disponibili a cedere il minerale in maniere più veloce, come per esempio le pareti dei vasi sanguigni. Ma quando il calcio delle pareti vascolari viene utilizzato, viene rimpiazzato dal colesterolo, una sostanza sempre presente e resistente all’ acidità, al contrario del calcio. Il problema nasce quindi se il nostro organismo deve giornalmente combattere con costanti livelli di acidificazione, perché è conseguentemente costretto a produrre maggiori quantità di colesterolo per cercare di sostituire il calcio utilizzato e proteggere le pareti dei vasi.

Una delle conseguenze più logiche è la classica arteriosclerosi, cioè un indurimento (sclerosi) della parete arteriosa che compare con il progredire dell’età. Questo indurimento arterioso è la conseguenza dell’accumulo di tessuto connettivale fibroso a scapito della componente elastica, dovuto proprio al fatto che per mantenere spessore e elasticità dei vasi sanguigni, il colesterolo, mescolato alle scorie acide presenti nel sangue, viene depositato sulle pareti delle arterie.

E’ un altro meraviglioso stratagemma (frainteso) del nostro organismo, cioè quello di convertire gli acidi liquidi in acidi solidi, in modo che non si possano disciogliere nel sangue e fare danno; colesterolo e acido urico cristallizzato (responsabile di un altro problema, la gotta) sono un esempio di queste scorie indurite. La medicina ufficiale quando vede colesterolo e acido urico alto tenta di abbassarli con le medicine, non comprendendo che sono S.O.S. che il nostro lanciando che dicono essenzialmente: meno cereali e più frutta/verdura/acqua.

Ma con il tempo le scorie induriscono le arterie, rendendole piano piano sempre meno elastiche, perdendo la loro capacità di mantenere fluido il sangue. Così, alcune sostanze presenti nel sangue cominciano a depositarsi e danno l’avvio al processo che porterà alla formazione della “placca”, che è un indurimento circoscritto della parete del vaso. Una volta formatasi, la placca tende ad accrescersi all’interno del vaso e a restringerne progressivamente il calibro, riducendo, di conseguenza, l’apporto di sangue, ossigeno e sostanze indispensabili alla vita di quei tessuti che l’arteria deve nutrire.

Può accadere inoltre, che una placca, se particolarmente molle, si rompa ed i suoi frammenti “embolizzino”, cioè, trasportati dal sangue, vanno a chiudere i piccoli vasi situati più lontano. E’ evidente quindi che alti livelli di colesterolo non sono il diavolo, ma una risposta fisiologica e protettiva dell’ organismo all’ acidità, che quindi non và combattuta con farmaci, ma semplicemente riequilibrando l’alimentazione e mangiando più cibi alcalini.

Il colesterolo alto è quindi solo una conseguenza e NON una delle cause primarie dei problemi cardio-vascolari, e non ha quasi nessun valore l’ assunzione alimentare, visto che comunque l’ 80% è autoprodotto dall’ organismo. (tabella 3/4)

L’ affermazione è pesante, visti i profitti delle sostanze anticolesterolo, le cosidette statine, rappresentano i farmaci in assoluto più venduti nel mondo, con un fatturato di circa 26 miliardi di dollari all’ anno. Proprio per questo ho cercato delle controprove, dei dati riguardanti le popolazioni che ai nostri giorni attuano ancora la dieta paleolitica, cioè con un maggior apporto alcalino nella loro dieta, come per esempio gli aborigeni in Australia, oppure i !Kung in Botswana (Africa) o gli Indios Yanomano in Brasile.

Se la teoria dell’ equilibrio-acido base fosse vera, tutti queste popolazioni devono avere per forza livelli di colesterolo modesti, in quanto non hanno eccessi acidi da smaltire con il calcio osseo. In effetti è proprio così, dato che le analisi su queste arcaici cacciatori-raccoglitori hanno confermato che i loro livello di colesterolo e anche di pressione sanguigna sono bassissimi, come dimostrano le tabelle 3 e 4.

Vorrei sottolineare che il record del colesterolo più basso del mondo (assieme ai pigmei dello Zaire) è proprio ad appannaggio degli Hadzabe, che ricordo, è la tribù della Tanzania che ancora beve una delle acque più alcaline del mondo, quella del lago Eyasi.

Stress mentale ed acidità

Sappiamo bene che uno dei mali della nostra civiltà moderna è l’ alto grado di stress a cui ci sottopone. Auto, moto, televisione, radio, telefoni, telefonini, computer palmari e email hanno migliorato il nostro modo di vivere, ma anche incrementato a dismisura la quantità di informazioni che il nostro cervello deve sopportare, a cui si aggiungono le responsabilità del lavoro e della famiglia.

Quando siamo continuamente sotto stress, tendiamo a bruciare molti nutrienti in un tempo molto ridotto, oppure al contrario non riusciamo ad utilizzare in modo efficiente il cibo. In tutti e due i casi si producono più acidi di quelli che il nostro organismo è in grado di eliminare, quindi una condizione di stress troppo prolungata può accelerare e di molto l’ invecchiamento.

Lo stress mentale continuo è molto peggiore dello stress fisico, proprio perché non prevede momenti di pausa per smaltire l’acidità e aumentando così la probabilità di andare in depressione. La storia è piena di uomini e donne, magari di potere, che implicati in vicende giudiziarie e messi in prigione, nel giro di qualche anno si sono prima rapidamente invecchiati, ammalati e morti: lo stress (e quindi l’ alto livello di acidi) del cadere dalle stelle alle stalle li ha dapprima consumati e poi uccisi.

Uomini, donne, capelli e acidità

Ma a quell’epoca non sapevo ancora che i capelli bianchi e anche le calvizie, potevano dipendere dall’ acidità, si perché, tenetevi forte, sarebbe collegato al diverso metabolismo che hanno uomini e donne.

Fateci caso, trovare della donne calve, o anche con alopecia (cioè perdita di capelli a chiazze) e con i capelli bianchi è molto raro, mentre è negli uomini è al contrario sono problemi molto comuni: perché? La spiegazione risiederebbe nel fatto che solo la donna ha antichissimo sistema che smaltisce l’ eccesso di acido una volta al mese: il ciclo mestruale.

In questo modo l’ organismo femminile non deve attingere alle riserve dei minerali per neutralizzare gli acidi, cosa che invece è costretto a fare l’uomo, prelevando calcio, sodio, potassio, magnesio, zinco che sono depositati anche nel cuoio capelluto. Sembra che proprio i capelli siano i primi ad essere utilizzati in questo frangente. Noi uomini, se mangiamo per decenni troppi cibi acidi e magari viviamo anche una vita perennemente sotto pressione, depauperiamo la vera e propria miniera di minerali anti-acidi che è la nostra chioma e magari assieme a motivi genetici, provochiamo la caduta progressiva dei capelli e/o il loro ingrigimento.

Nella donna tutto questo non succede, perché l’ accumulo acido viene smaltito mensilmente con il sangue del ciclo mestruale, il che spiegherebbe perché le donne prima del ciclo sono…intrattabili! Hanno ragione, perché proprio nei giorni immediamente precedenti al ciclo, si accumula nel loro organismo l’acidità di un intero mese, che le rende particolarmente irritabili: insomma sono acide …nel senso letterale della parola! A scanso d’ equivoci, quando le donne sono in “quei giorni” cerco comunque di starneme lontano…

Tutte le battute popolari sulle donne mestruate, alla luce dell’equilibrio acido-base sembrano quindi avere un fondamento scientifico.

Del resto la donna inizia a perdere i capelli solo quando ha 65-70 anni, cioè dopo 15-25 anni la menopausa (fine del ciclo mestruale) un evento che la rende, dal punto di vista del metabolismo di smaltimento dell’ acidità tissutale, oramai uguale all’ uomo. Solo che l’ organismo maschile è abituato da tutta la vita a smaltire gli acidi, mentre la donna ha solo il ciclo, che una volta cessato, rende la donna improvvisamente molto più vulnerabile a problemi come l’osteoporosi (guarda caso); ne soffrono otto volte più dell’ uomo.

Un altro indizio a sostegno di questa teoria è il fatto che le donne in menopausa soffrono delle cosidette “vampate di calore”, che altro non sarebbe che uno straordinario stratagemma evolutivo, perché l’aumento di temperatura è uno dei metodi per sciogliere comunque gli acidi accumulati nell’organismo. Ne sarebbe controprova il fatto che l’ orario in cui c’è il picco di vampate è comunente attorno alle 18:30, solo 30 minuti prima di uno dei massimi picchi di flusso acido corporeo, cioè le 19:00.

Il ciclo… maschile

Nell’uomo tutto questo ovviamente non succede, ma in caso di iperacidità il nostro corpo predispone un surrogato del ciclo femminile e cioè le emorroidi. Infatti, dal punto di vista acido-base, il sanguinamento dei vasi del canale anale non è un altro che un ulteriore sfogo d’emergenza delle scorie che il nostro organismo predispone, nel caso non riesca a farlo con gli usuali normali metodi.

Non a caso l’ incidenza delle emorroidi è soprattutto a carico della popolazione maschile, casualmente soprattutto dopo i 40 anni, cioè proprio quando, come abbiamo già detto, i bicarbonati nel sangue cominciano a calare. Quindi è un errore madornale intervenire chirurgicamente per chiuderle, in quanto si blocca pericolosamente un canale, peraltro di emergenza, di eliminazione degli acidi tossici. Bisogna invece intervenire con l’alimentazione, eliminando i cibi acidi e ingerendo molta acqua, ma di questo andremo nel dettaglio più avanti.